Secondo la BBC l'Italia ha perso la dieta mediterranea: cosa dicono davvero i dati

La BBC accusa l'Italia di aver abbandonato la dieta mediterranea. Cosa dicono i dati ISS e OMS su obesità infantile, Campania e le cinque P.

27 luglio 2026 10:23
Secondo la BBC l'Italia ha perso la dieta mediterranea: cosa dicono davvero i dati -
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Il reportage pubblicato dalla BBC il 26 luglio parte da Ponticelli, periferia orientale di Napoli, racconta la storia di Salvatore, diciassette anni, 170 chili, seguito all'ospedale evangelico Villa Betania. Il ragazzo fatica a camminare e non riesce ad allacciarsi le scarpe da solo. Il suo peso rende inizialmente troppo rischiosa la chirurgia bariatrica, così i medici gli prescrivono un agonista del recettore GLP-1 per ottenere un calo preliminare. Sonja Chiappetta, che a Villa Betania tratta obesità severa da quindici anni, spiega alla BBC che fino a poco tempo fa i suoi pazienti avevano cinquant'anni, mentre oggi arrivano a sedici.

Il titolo scelto dall'emittente britannica mette sul banco degli imputati le "cinque P": pizza, pasta, patate, proteine e pane. La formula è di Valter Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California, che nel pezzo afferma che la dieta mediterranea tradizionale è ormai perduta e che solo il 10% degli italiani la segue davvero. Il servizio ha avuto una diffusione notevole, oltre 140 mila visualizzazioni per il solo post di lancio su X, e ha generato in Italia una reazione difensiva quasi immediata.

La reazione ha un fondamento, perché il quadro epidemiologico italiano è più articolato di quanto un reportage possa contenere. Ma i numeri di partenza, quelli sì, sono solidi e vengono da casa nostra.

Che cosa dicono le rilevazioni italiane

La fonte primaria è OKkio alla SALUTE, la sorveglianza nazionale coordinata dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto Superiore di Sanità. La settima raccolta dati, condotta nel 2023 su oltre 46 mila bambini in tutte le regioni, misura peso e altezza con strumenti standardizzati anziché affidarsi a questionari, il che la rende molto più affidabile delle indagini autoriferite.

Sul piano nazionale, tra i bambini di otto e nove anni il 19% risulta in sovrappeso e il 9,8% presenta obesità, quota che comprende un 2,6% di obesità grave. Il totale in eccesso ponderale arriva quindi al 28,8% del campione. In Campania i valori salgono in modo netto: 24,6% di sovrappeso, 12,6% di obesità, 6% di obesità grave, per un totale del 43,2%.

Vale la pena leggere bene questa cifra, perché nelle riprese giornalistiche viene spesso deformata. Il 43,2% non è la percentuale di bambini in sovrappeso, ma la somma di sovrappeso, obesità e obesità grave, tre categorie distinte con implicazioni cliniche molto diverse. Un bambino in sovrappeso e un bambino con obesità grave non hanno lo stesso rischio metabolico, e trattarli come un blocco unico serve al titolo più che alla comprensione del fenomeno.

Perché l'OMS pubblica numeri più alti

Chi confronta le tabelle italiane con quelle dell'Organizzazione Mondiale della Sanità trova prevalenze diverse per lo stesso Paese, e la spiegazione è metodologica. OKkio alla SALUTE applica le soglie internazionali IOTF della International Obesity Task Force, mentre i report COSI dell'ufficio europeo dell'OMS usano le curve di crescita OMS, che sono più inclusive. Con le curve OMS la quota di bambini italiani di otto anni classificati in eccesso di peso nel ciclo 2022-2024 sale intorno al 37%. Lo stesso bambino, misurato con lo stesso metro, cambia categoria a seconda del riferimento adottato.

La differenza non è un dettaglio da statistici. Spiega perché l'Italia compare in cima alle classifiche europee dell'obesità infantile quando si usano i dati OMS, e perché contemporaneamente le rilevazioni nazionali segnalano un miglioramento. Sono due strumenti calibrati per scopi diversi, uno pensato per la comparabilità internazionale, l'altro per la sorveglianza clinica.

Il dato che il reportage non racconta: la curva scende

Qui la narrazione britannica perde un pezzo importante. Il sesto ciclo del COSI, l'iniziativa di sorveglianza dell'obesità infantile della Regione europea dell'OMS, ha misurato circa 470 mila bambini tra i sei e i nove anni in 37 Paesi durante gli anni scolastici 2022-2024. Confrontando questi dati con il ciclo precedente, solo due nazioni mostrano una riduzione statisticamente significativa della prevalenza di sovrappeso: Israele, con 1,8 punti percentuali in meno, e l'Italia, con 2,6 punti.

Anche in Campania, che resta la regione con i valori peggiori, l'eccesso ponderale è passato dal 44,2% del 2019 al 43,2% del 2023. Il movimento è lento e non basta a chiudere il divario con le Province autonome di Trento e Bolzano, dove l'obesità infantile si attesta intorno al 3 o 4%. Ma la direzione è quella giusta, e va detto perché il racconto di un Paese che affonda descrive male una situazione in cui il sovrappeso arretra mentre l'obesità resta ostinatamente stabile.

C'è poi il confronto generazionale, che ribalta la prospettiva. La quota di adulti italiani con obesità è tra le più basse dell'Europa occidentale, sensibilmente inferiore a quella del Regno Unito. L'anomalia italiana riguarda i bambini, che si collocano tra i più pesanti del continente mentre i loro genitori restano tra i più magri. Un profilo del genere suggerisce che qualcosa si sia rotto nel passaggio generazionale delle abitudini alimentari, più che un problema strutturale della popolazione.

Che cos'è la dieta mediterranea, e perché il nome è più recente di quanto sembri

L'espressione evoca una tradizione millenaria, ma come categoria scientifica nasce a metà del Novecento e per mano di uno statunitense. Ancel Keys, fisiologo dell'Università del Minnesota, aveva già dato il nome alla Razione K dell'esercito statunitense quando, negli anni Cinquanta, cominciò a interrogarsi su un paradosso: i dirigenti d'azienda americani ben nutriti morivano di infarto molto più dei contadini poveri del Mediterraneo.

Il Seven Countries Study

Da quella domanda nacque il Seven Countries Study, avviato nel 1958, che arruolò 12.763 uomini tra i quaranta e i cinquantanove anni in sedici coorti distribuite tra Stati Uniti, Finlandia, Paesi Bassi, Italia, Grecia, Jugoslavia e Giappone. Keys lavorò insieme alla moglie Margaret, biochimica, e alla ricerca affiancò la scelta di trasferirsi a Pioppi, sul litorale cilentano, dove costruì una casa e visse per lunghi periodi. Morì nel 2004, all'età di cento anni.

Lo studio produsse una correlazione forte tra consumo di grassi saturi, colesterolemia e mortalità coronarica, e trasformò un modo di mangiare regionale in un modello sanitario esportabile. Nel 2010 l'UNESCO ha iscritto la dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell'umanità, con Pollica e la sua frazione Pioppi tra le comunità emblematiche.

Come era fatto davvero il modello

La ricostruzione più precisa di che cosa mangiassero quelle popolazioni viene da Nicotera, piccolo centro rurale calabrese che fu una delle coorti italiane dello studio. Nel 1960 i ricercatori pesarono per sette giorni, in tre stagioni diverse, tutto ciò che entrava nei piatti degli abitanti. Il risultato è ancora oggi lo standard di riferimento della dieta mediterranea italiana: i cereali fornivano tra il 50 e il 59% delle calorie totali, l'olio extravergine d'oliva tra il 13 e il 17%, i latticini tra il 2 e il 4%. Uova e grassi animali comparivano di rado. Il pane era fatto in casa con farina macinata a pietra.

Il dettaglio interessante è che quella dieta era ricchissima di carboidrati. La pasta e il pane, che il reportage BBC colloca tra gli imputati, costituivano più della metà dell'apporto energetico della dieta considerata più salutare del secolo. A cambiare non è stata la presenza dei cereali, ma tutto il resto: la raffinazione delle farine, la scomparsa dei legumi, il crollo delle verdure, l'arrivo di grassi e zuccheri aggiunti attraverso prodotti industriali che nel 1960 semplicemente non esistevano sugli scaffali.

I meccanismi biologici dietro l'effetto protettivo

L'associazione tra aderenza al modello mediterraneo e riduzione della mortalità cardiovascolare è tra le più replicate della letteratura nutrizionale. I meccanismi plausibili sono diversi e agiscono in parallelo.

Il profilo lipidico è il più studiato: la sostituzione di grassi saturi con acidi grassi monoinsaturi, in gran parte acido oleico dell'olio d'oliva, e con i polinsaturi omega 3 del pesce azzurro modifica il rapporto tra lipoproteine circolanti e riduce l'ossidazione delle LDL. L'apporto elevato di fibra da legumi, verdure e cereali integrali rallenta lo svuotamento gastrico e attenua i picchi glicemici postprandiali, con effetti sulla sensibilità insulinica misurabili anche a parità di calorie.

C'è poi la componente dei composti fenolici. L'olio extravergine, il vino consumato durante i pasti e in quantità moderate, i pomodori e le verdure a foglia contengono molecole con attività antinfiammatoria documentata su marcatori come la proteina C reattiva. L'interesse più recente si è spostato sul microbiota intestinale: le fibre fermentabili tipiche del modello mediterraneo alimentano popolazioni batteriche che producono acidi grassi a catena corta, tra cui il butirrato, coinvolti nella regolazione della barriera intestinale e dell'infiammazione sistemica.

Nessuno di questi meccanismi funziona isolatamente, ed è una delle ragioni per cui gli studi su singoli nutrienti hanno prodotto risultati deludenti rispetto a quelli sul pattern alimentare complessivo. La dieta mediterranea protegge come sistema, non come somma di integratori.

Quanti italiani la seguono davvero

Il 10% citato da Longo nel reportage è una stima personale, non il risultato di una rilevazione. I dati disponibili raccontano qualcosa di diverso e dipendono molto dallo strumento usato.

L'indagine Arianna dell'Istituto Superiore di Sanità, pubblicata su Frontiers in Nutrition e diffusa nell'ottobre 2024, ha coinvolto 3.732 adulti volontari e ha rilevato che solo il 5% mostra un'ottima aderenza al modello mediterraneo, mentre l'83,8% si colloca su un livello moderato e l'11,3% su un livello basso. Marco Silano, direttore del Dipartimento malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell'invecchiamento dell'ISS, ha collegato il dato a una transizione nutrizionale legata all'urbanizzazione e all'occidentalizzazione delle abitudini.

Un'indagine del CREA su un campione rappresentativo aveva restituito un quadro simile con soglie diverse: aderenza alta nel 13,3% della popolazione, medio-alta nel 24%, e il resto distribuito tra le fasce basse. Lo stesso lavoro ha trovato un'associazione significativa tra conoscenze nutrizionali e aderenza, con la Campania tra le regioni peggiori su entrambi i fronti.

Il campione Arianna era composto per l'87,7% da donne e per il 71,3% da persone sotto i quarant'anni, caratteristiche che tendono a essere associate a un'aderenza più alta. La quota reale nella popolazione generale, quindi, è probabilmente inferiore al 5% rilevato, il che rende la stima di Longo meno provocatoria di quanto sembri.

Il peso dei determinanti socioeconomici

La geografia dell'obesità infantile italiana ricalca con precisione quella del reddito e dell'istruzione. I dati campani di OKkio alla SALUTE mostrano che quando almeno un genitore è obeso, la quota di figli con obesità sale al 28%, e che il rischio diminuisce al crescere della scolarità materna. La percentuale di bambini in eccesso di peso aumenta al diminuire delle ore di sonno.

Sul versante comportamentale, in Campania il 19,5% dei bambini salta la prima colazione e un altro 31,3% la consuma in modo inadeguato. Solo l'11,3% mangia frutta due o tre volte al giorno, e la quota scende al 6,5% per la verdura. Il 23,8% non aveva svolto alcuna attività fisica nel giorno precedente l'indagine. Una revisione condotta sui dati OKkio del 2019, che copriva 53.275 bambini in 2.467 scuole, aveva già documentato come i comportamenti meno salutari si concentrino nelle famiglie con status socioeconomico più basso e nel Mezzogiorno.

La percezione genitoriale è un ostacolo aggiuntivo. Roberto Berni Canani, pediatra e specialista in obesità alla Federico II, racconta alla BBC di aver visitato bambini di due o tre anni che pesavano 25 chili, e osserva che quasi nessun genitore arriva in ambulatorio per il peso del figlio. Ci arriva per una tosse, un mal di stomaco, una difficoltà digestiva, senza collegare i sintomi alla causa. Un'insegnante della scuola primaria Ugo Foscolo di Ponticelli, Francesca Pecce, riferisce di un alunno di dieci anni che pesa circa sessanta chili e di una madre che non considera la cosa preoccupante, perché nella cultura locale un bambino paffuto con le guance rosse passa per un bambino sano.

Che cosa sposta l'ago

L'educazione alimentare da sola produce risultati modesti, e i ragazzi lo sanno benissimo. Ciro, diciotto anni, intervistato nel servizio, liquida la questione dicendo che i suoi compagni sanno già cosa fa bene e semplicemente non se ne curano.

Le evidenze più robuste riguardano le politiche di sistema: la regolamentazione della pubblicità alimentare rivolta ai minori, l'etichettatura frontale, la tassazione delle bevande zuccherate, la riqualificazione delle mense scolastiche. L'esperienza cilena resta il caso documentato più chiaro di un pacchetto integrato che ha ridotto in modo misurabile l'eccesso di peso infantile. In Italia la sugar tax è stata approvata nel 2019 e da allora ripetutamente rinviata.

Sul fronte clinico, l'uso di agonisti del recettore GLP-1 in adolescenza, come nel caso raccontato dalla BBC, apre questioni che la ricerca sta ancora affrontando. La sicurezza a lungo termine in soggetti in crescita, la gestione della sospensione e il rischio di spostare l'attenzione dalla prevenzione al trattamento farmacologico sono tutti temi aperti nei protocolli pediatrici europei.

Un ultimo dettaglio dice più di molte statistiche. Adalberta Alberti Fidanza e i suoi collaboratori hanno costruito un indicatore chiamato Mediterranean Adequacy Index, che confronta la dieta di una popolazione con quella di Nicotera nel 1960. Il valore di riferimento nicoterese è 7,2. Nella coorte emiliana di Crevalcore era già sceso a 2,9 nel 1965 e a 2,2 nel 1991. A Pollica, il paese di Ancel Keys, gli uomini oscillavano tra 5,6 e 6,3 nel 1967 e tra 2,4 e 4,5 nel 1999. L'abbandono di cui si discute oggi era già misurabile trent'anni fa, e nel luogo simbolo del modello.

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