Ma è vero che Bryan Johnson si è clonato come neonato?

Bryan Johnson dice di essersi clonato: in realtà ha ottenuto iPSC. Cosa sono, quali trial clinici esistono e perché gli organi coltivati restano lontani.

07 agosto 2026 10:21
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Il 21 luglio 2026 Bryan Johnson ha pubblicato su X una frase di poche parole che ha fatto il giro del mondo: si era clonato, come neonato. Il post ha superato quasi due milioni di visualizzazioni in pochi giorni, ha raccolto migliaia di commenti indignati o entusiasti, e ha aperto una discussione pubblica sui diritti e sul consenso di un'entità che non esiste. Sotto lo stesso post, la nota della community di X chiarisce il punto tecnico: quello che Johnson descrive produce cellule staminali pluripotenti indotte, e la clonazione umana non è attualmente possibile.

Nella piastra c'è una linea cellulare. La distinzione conta, perché la tecnologia che Johnson ha effettivamente usato è reale, è arrivata in clinica e sta dando risultati misurabili. Il problema riguarda il vocabolario applicato a quei risultati, e le conseguenze che quel vocabolario produce su chi legge senza strumenti per verificare.

L'annuncio e la nota a margine

Johnson, 48 anni, ha descritto la procedura in termini abbastanza precisi da essere riconoscibili: un prelievo di sangue, l'estrazione delle proprie cellule, l'applicazione dei fattori di Yamanaka, il reset dell'età epigenetica, il ritorno delle cellule a uno stato simile a quello embrionale. Fin qui la descrizione corrisponde a una procedura di laboratorio standard. L'elenco degli usi previsti, invece, si allontana rapidamente: diventare il proprio donatore di sangue, testare terapie sul clone, far crescere organi per il trapianto, iniettare cellule giovani. La chiusura ("questo baby Bryan per ora vive in una piastra Petri") era accompagnata da un'immagine che lo ritrae in versione neonatale.

Bryan Johnson neonato
Bryan Johnson

IBTimes UK ha rilevato un dato che pesa quanto il contenuto: Johnson non ha diffuso dettagli tecnici completi, dati, né verifiche indipendenti oltre alla propria spiegazione. Non c'è un laboratorio nominato, un protocollo, una caratterizzazione della linea. Alex Dainis, science communicator, ha spiegato in un video su Instagram che la descrizione porta con ogni probabilità a cellule staminali pluripotenti indotte. Vice, che ha ripreso quella spiegazione, ci ha aggiunto la chiosa: nessun mini Bryan che galleggia in una vasca da qualche parte, nessun miliardario di riserva tenuto al freddo.

Se preferisci tenere la battuta più staccata dal ragionamento tecnico, questa variante la isola meglio nell'ultima frase:

Alex Dainis, science communicator, ha spiegato in un video su Instagram che la descrizione porta con ogni probabilità a cellule staminali pluripotenti indotte. La sintesi più efficace resta però quella di Vice, che ha ripreso il video: non esiste nessun mini Bryan in una vasca, né alcun miliardario di riserva in congelatore.

Che cosa succede quando si applicano i fattori di Yamanaka

Il lavoro di riferimento è del 2007: Kazutoshi Takahashi e Shinya Yamanaka pubblicano su Cell l'induzione di cellule pluripotenti da fibroblasti umani adulti attraverso un piccolo gruppo di fattori di trascrizione definiti. Una cellula già specializzata, che ha smesso da tempo di poter diventare qualcosa d'altro, torna a uno stato in cui quella capacità è ripristinata. Cinque anni dopo il Nobel per la Medicina va a Yamanaka insieme a John Gurdon, che negli anni Sessanta aveva dimostrato la reversibilità del differenziamento cellulare nelle rane.

Pluripotenza significa che quella cellula, se guidata con i segnali giusti, può essere indirizzata verso centinaia di tipi cellulari diversi: neuroni, cardiomiociti, cellule retiniche, epatociti. Significa anche qualcosa di meno spettacolare, e cioè che si tratta di una coltura. Non c'è embrione, non c'è impianto in un utero, non c'è gestazione, non c'è un piano di sviluppo che porti da un aggregato di cellule a un organismo. Il reset dell'età epigenetica di cui parla Johnson riguarda i marcatori chimici che regolano l'espressione dei geni, non il genoma in sé, che continua a portare le mutazioni accumulate in cinquant'anni di vita.

Perché "clone" descrive un'altra procedura

La clonazione riproduttiva si fa in un altro modo: si trasferisce il nucleo di una cellula somatica in un ovocita privato del suo nucleo, si attiva l'ovocita, si impianta l'embrione risultante in un utero. Così è nata la pecora Dolly nel 1996, e così sono stati clonati topi, bovini, gatti, cavalli. La condizione necessaria è la gestazione. Un clone è un organismo che nasce.

Una linea di iPSC condivide con il donatore lo stesso genoma, esattamente come lo condivide una biopsia cutanea conservata in azoto liquido. L'identità genetica da sola non produce un individuo. Su questa distinzione si regge tutta la differenza tra un annuncio da due milioni di visualizzazioni e ciò che è successo in laboratorio.

Dove si trova oggi la frontiera clinica

Un punto merita credito, e non viene dal post ma da ciò che il post lascia intuire: studi clinici stanno effettivamente già usando questa tecnologia per ripristinare i neuroni dopaminergici nel Parkinson, per il cuore e per la vista. Masayo Takahashi, del RIKEN di Kobe, ha contato più di dieci studi clinici approvati in Giappone su cellule iPSC, dalle cellule dopaminergiche all'epitelio corneale, dai fogli di muscolo cardiaco alle piastrine. La tecnologia è uscita dal laboratorio. Il modo in cui è uscita, però, è quasi l'opposto di quello che l'annuncio suggerisce.

Il trial di Kyoto sul Parkinson

Ad aprile 2025 Nature pubblica i risultati di uno studio di fase I/II condotto al Kyoto University Hospital, registrato come jRCT2090220384, con Nobukatsu Sawamoto come primo autore e Jun Takahashi come ultimo. Sette pazienti tra i 50 e i 69 anni hanno ricevuto nel putamen progenitori dopaminergici derivati da iPSC. Il primo è stato operato in due tempi, prima a sinistra e poi a destra dopo otto mesi, e rientra solo nella valutazione di sicurezza; i sei sottoposti a intervento bilaterale simultaneo formano il gruppo di efficacia. Tre pazienti hanno ricevuto la dose bassa (tra 2,1 e 2,6 milioni di cellule per emisfero), quattro la dose alta (tra 5,3 e 5,5 milioni), con quindici mesi di immunosoppressione a base di tacrolimus e controlli a ventiquattro mesi.

Nessun decesso, nessun evento avverso grave; dei 73 eventi registrati, 72 sono stati lievi e uno è stato una discinesia di grado moderato. La risonanza magnetica ha mostrato una crescita graduale del trapianto senza segni di proliferazione tumorale. Quattro pazienti su sei hanno migliorato il punteggio MDS UPDRS parte III in fase OFF a due anni. Le cellule trapiantate producevano dopamina.

Il punto che nessun post virale riporta è la provenienza di quelle cellule. Erano allogeniche, cioè derivate da un donatore sano, prese da una linea clinica con HLA omozigote compatibile con circa il 17% della popolazione giapponese. Nessuno dei sette pazienti ha ricevuto cellule proprie. Nello stesso volume di Nature compare anche lo studio di fase I di Tabar e colleghi su bemdaneprocel, e in quel caso le cellule non erano nemmeno iPSC: derivavano da staminali embrionali umane.

La lezione di Kobe sull'autologo

La prima applicazione clinica in assoluto delle iPSC, a settembre 2014, era invece autologa. Il gruppo di Masayo Takahashi, che al RIKEN di Kobe ha guidato la prima applicazione clinica, ha trapiantato in una paziente con degenerazione maculare essudativa un foglio di epitelio pigmentato retinico ottenuto dalle sue stesse cellule. I controlli a quattro anni, pubblicati su Ophthalmology Retina nel 2019, hanno mostrato un innesto sopravvissuto e ancora funzionante come epitelio pigmentato. L'acuità visiva e la sensibilità retinica non sono migliorate, per il danno ai fotorecettori già presente prima dell'intervento: il risultato riguardava la sopravvivenza del tessuto, non il recupero della vista.

Il secondo paziente non è mai arrivato in sala operatoria. Nelle sue iPSC sono state trovate sei mutazioni assenti nelle cellule somatiche di partenza, e l'arruolamento è stato sospeso nel 2015. Takahashi ha indicato come fattore prevalente della decisione l'entrata in vigore della legge giapponese sulla medicina rigenerativa, che ridefiniva quali istituzioni potessero presentare i piani di studio, ma il dato genetico è rimasto nella letteratura come promemoria. Dal 2017 al 2019 lo stesso gruppo ha condotto il secondo studio con cellule allogeniche HLA compatibili in sospensione.

La traiettoria del campo, quindi, è andata da "le cellule del paziente per il paziente" verso banche di linee compatibili, e per ragioni pratiche prima che concettuali. Una linea autologa è un prodotto su misura: richiede la riprogrammazione, l'espansione, il sequenziamento, i test di sterilità e di tumorigenicità, il differenziamento e il rilascio del lotto, per un solo destinatario. Costi e tempi si moltiplicano per il numero dei pazienti. La letteratura specialistica osserva che per il Parkinson un approccio autologo comporterebbe difficoltà logistiche notevoli, perché servirebbe de differenziare le cellule di ogni singolo paziente, eventualmente correggerle, e ri differenziarle una per una.

Perché un organo coltivato in laboratorio resta fuori portata

Sull'idea di far crescere organi da trapiantare, la barriera ha un nome tecnico preciso: vascolarizzazione. Un organoide oltre una certa dimensione muore al centro, perché le cellule interne non ricevono ossigeno e nutrienti. Per oltre un decennio questo ha tenuto gli organoidi al di sotto della dimensione di un seme di sesamo, circa tre millimetri.

A giugno 2025 un gruppo di Stanford e della University of North Texas ha pubblicato su Science i primi organoidi cardiaci ed epatici dotati di una propria rete di vasi, dopo aver testato trentaquattro combinazioni di fattori di crescita prima di trovarne una che funzionasse. Nelle stesse settimane, ricercatori del Cincinnati Children's insieme a colleghi giapponesi hanno descritto su Nature Biomedical Engineering un tessuto epatico capace di formare vasi sinusoidali interni, con un lavoro che ha richiesto quasi dieci anni.

Sono avanzamenti reali, e la direzione è quella di modelli più maturi e di tessuti da riparazione. La distanza da un organo trapiantabile resta però di ordini di grandezza. Un organoide renale non filtra il sangue ai volumi di un rene; un aggregato cardiaco che si contrae in piastra non sostiene una circolazione. Servono l'architettura tridimensionale corretta, un albero vascolare collegabile chirurgicamente, il drenaggio, l'innervazione, e una massa cellulare che oggi nessun bioreattore produce con la qualità richiesta per l'impianto in un essere umano.

Gli usi annunciati, verificati uno alla volta

L'idea di diventare il proprio donatore di sangue si scontra con un problema di scala industriale. Piastrine ed eritrociti derivati da staminali pluripotenti sono oggetto di studio da anni, ma una singola trasfusione richiede quantità di cellule che i sistemi di coltura attuali producono a costi incompatibili con l'uso di routine. Il collo di bottiglia riguarda gli impianti di produzione, non la disponibilità del donatore.

Testare terapie "sul clone" descrive qualcosa che una linea cellulare non può fare. Le colture e gli organoidi derivati da iPSC servono a modellare malattie e a schermare molecole a livello cellulare, e in questo sono strumenti preziosi. Non hanno però assorbimento, metabolismo epatico, escrezione renale, sistema immunitario, barriera ematoencefalica. Una risposta farmacologica sistemica non si osserva in una piastra, e questo è precisamente il motivo per cui esistono le fasi cliniche.

Iniettare cellule giovani è la voce che merita più cautela, perché una cellula pluripotente indifferenziata che finisce in un tessuto può generare un teratoma. È la ragione per cui i prodotti clinici passano attraverso una purificazione severa: il gruppo di Kyoto ha selezionato i progenitori dopaminergici con anticorpi contro CORIN, marcatore della placca del pavimento, proprio per arricchire le cellule desiderate ed eliminare quelle indesiderate, e ha poi monitorato per due anni il volume dell'innesto con la risonanza. Tra il possedere una linea di iPSC e il potersi iniettare qualcosa ci sono una selezione cellulare, un dossier regolatorio e un comitato etico.

La diagnosi, e cosa non va collegato ad essa

Sulla gastrite autoimmune conviene attenersi alle definizioni istituzionali. Il NIDDK, l'istituto dei National Institutes of Health che si occupa di malattie digestive, la descrive come una condizione in cui il sistema immunitario attacca le cellule sane del rivestimento dello stomaco. L'infiammazione cronica porta alla perdita delle ghiandole che producono acido, e il malassorbimento che ne deriva riguarda il ferro, con anemia sideropenica, e la vitamina B12, con anemia perniciosa. Non esiste alcuna terapia a base di cellule staminali approvata per questa condizione, e nessuna delle sperimentazioni citate in questo articolo la riguarda. Le cause che Johnson attribuisce alla propria diagnosi (alimentazione e stress) sono una sua ricostruzione personale, non un dato clinico verificabile dall'esterno.

Come si legge un annuncio di medicina rigenerativa

Esiste una griglia di domande che separa un risultato da un racconto, e non richiede competenze specialistiche. Il protocollo è registrato in un archivio pubblico come jRCT o ClinicalTrials.gov, con un numero identificativo? I risultati sono passati per una rivista con revisione tra pari, con autori e affiliazioni verificabili? Le cellule sono autologhe o allogeniche, e quanti pazienti sono stati trattati? Quali sono gli endpoint dichiarati, e quali di questi sono stati raggiunti? Chi ha rilasciato il lotto cellulare, e con quali test di sicurezza?

L'International Society for Stem Cell Research ha aggioranto nel 2021 le linee guida per la ricerca sulle staminali e la traduzione clinica, e mantiene una guida divulgativa sulle terapie con staminali disponibile anche in italiano, pensata per i pazienti che valutano un'offerta di trattamento. La ragione per cui quel documento esiste è che il vocabolario dei post virali coincide quasi parola per parola con quello usato dalle cliniche che vendono trattamenti non provati: cellule giovani, ringiovanimento, riparazione, il proprio corpo che si ricostruisce. Chi confonde i due registri paga di persona.

Il consenso che nessuno mette in uno screenshot

La discussione più accesa sotto il post di Johnson riguardava i diritti del clone, la sua eventuale sofferenza, la legittimità di generare un essere umano per usarne i pezzi. Un dibattito rivolto a qualcosa che non c'è. Le questioni etiche che le linee cellulari pongono davvero sono più noiose e molto più vecchie di questa notizia.

La linea HeLa fu stabilita nel 1951 da un campione di tumore cervicale prelevato a Henrietta Lacks senza che lei ne sapesse nulla, cresce ancora oggi in migliaia di laboratori e ha contribuito a decenni di ricerca, mentre la sua famiglia è arrivata a un accordo con i National Institutes of Health sull'accesso ai dati genomici soltanto nel 2013. Una linea pluripotente ricavata oggi da un donatore può sopravvivergli, passare tra istituzioni, essere differenziata in tessuti che nessun modulo di consenso aveva previsto, ed essere condivisa in banche accessibili a soggetti terzi. Chi firma quel modulo raramente sa per quanto tempo e in quante forme le proprie cellule continueranno a esistere. È la domanda che vale la pena porsi guardando una piastra Petri, molto più di quella su chi sia il neonato nella foto.

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