Creme solari e cancro: cosa dice davvero la scienza

Un'oncologa sostiene che le creme solari aumentino il rischio di sviluppare il cancro citando uno studio UK Biobank. Un'analisi accurata, anche a partire da un'esperienza personale.

28 luglio 2026 17:09
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Ad aprile 2025, durante una mappatura dei nei di controllo, la dermatologa ha individuato una lesione sospetta sulla mia schiena. L'ho fatta asportare il 23 giugno, e il referto istologico l'ho ritirato solo a fine agosto: quasi due mesi di attesa, con "sospetto melanoma" scritto proprio così sul foglio della richiesta. Poi, per fortuna, la biopsia è rientrata e non è stato trovato nulla di maligno. Ma quei 2 mesi mi hanno lasciato addosso un rispetto quasi fisico per tutto ciò che riguarda sole, pelle e diagnosi precoce, ed è per questo che quando un video con centinaia di migliaia di visualizzazioni sostiene che "le creme solari aumentano il rischio di tutti i tumori della pelle e soprattutto del melanoma", e che il sole invece protegga, non riesco a scorrerlo senza approfondire.

Il video in questione è un reel pubblicato su Instagram da Debora Rasio, medico con specializzazione in oncologia e nota anche come nutrizionista. Nel filmato, Rasio sostiene che il melanoma non sarebbe causato principalmente dal sole, che una maggiore esposizione ai raggi solari avrebbe addirittura un effetto protettivo, e che le creme solari aumenterebbero il rischio di tutti i tumori della pelle.

Per sostenere la tesi cita numeri precisi tratti da uno studio scientifico condotto su circa 470.000 persone. Il post ha acceso una (giusta) polemica che nel giro di poche ore ha coinvolto dermatologi, società scientifiche e giornalisti specializzati in fact-checking. Vale la pena capire cosa dice davvero lo studio citato, perché la distanza tra i dati reali e la lettura che ne è stata data è ampia, e perché conoscerla può fare la differenza tra una vacanza al mare gestita con criterio e una diagnosi tardiva.

Cosa sostiene il video

Nel reel, Rasio riporta cifre puntuali: chi dichiara di usare la crema solare "sempre" avrebbe un rischio relativo superiore rispetto a chi non la usa mai, con incrementi che, secondo la sua lettura, arrivano fino quasi al quadruplo per il melanoma invasivo. Da questi numeri trae una conclusione netta, cioè, che i filtri solari sarebbero "davvero tossici", penetrerebbero nel sangue a livelli pericolosi, e il sole andrebbe considerato "il nostro grande medico". Invita quindi a esporsi con maggiore libertà, pur suggerendo di evitare le scottature e di privilegiare, per la protezione, mezzi fisici come cappelli e magliette piuttosto che i filtri chimici.

La dottoressa cita anche due studi più datati, del 1986 e del 2014, secondo cui chi si espone regolarmente al sole per motivi professionali avrebbe un rischio di melanoma inferiore rispetto a chi trascorre la maggior parte della settimana al chiuso. È un filone di ricerca reale, che esiste in letteratura e che alimenta un dibattito legittimo sul cosiddetto paradosso della vitamina D e sui possibili benefici cardiovascolari di un'esposizione solare moderata. Il problema riguarda soprattutto l'altro pilastro della sua tesi, quello sulle creme solari, perché è lì che la lettura dei dati si allontana clamorosamente da quanto scritto dagli stessi autori dello studio citato.

Lo studio che viene citato, e cosa dice per davvero

Crema solare e cancro cosa dice la scienza
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La fonte usata nel video è una ricerca pubblicata nel novembre 2023 sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, firmata da Richie Jeremian e colleghi, con l'oncologo dermatologo Ivan V. Litvinov della McGill University come autore corrispondente. Il titolo originale, poco divulgativo ma molto indicativo, è "Gene-environment analyses in a UK Biobank skin cancer cohort identifies important SNPs in DNA repair genes that may help prognosticate disease risk". Tradotto: uno studio che incrocia dati genetici e comportamentali per capire quali varianti nei geni di riparazione del DNA rendono una persona più o meno predisposta al cancro cutaneo.

Il campione è enorme, e su questo il video non mente, 470.000 partecipanti della coorte UK Biobank, di cui 17.221 casi di carcinoma basocellulare, 2.331 di carcinoma squamocellulare, 1.158 di melanoma in situ, 3.798 di melanoma invasivo, e circa 448.000 controlli sani. I ricercatori hanno analizzato quasi 9.000 varianti genetiche distribuite su 190 geni coinvolti nella riparazione del DNA, insieme a undici fattori demografici e comportamentali. L'uso della crema solare era uno di questi undici fattori, non l'oggetto principale della ricerca, serviva agli autori come variabile da tenere sotto controllo statistico mentre cercavano il segnale genetico che stavano davvero cercando.

Perché i numeri, letti da soli, ingannano

È vero che, nei dati grezzi, chi riferisce di usare sempre la crema solare mostra un rischio relativo più alto per tutte e quattro le categorie di tumore cutaneo esaminate. Gli stessi autori, però, definiscono questo risultato una "scoperta paradossale", e lo spiegano con un meccanismo statistico piuttosto comune negli studi osservazionali: la causalità inversa.

In pratica, le persone che si espongono di più al sole tendono anche a usare più crema; chi ha la pelle chiara, i capelli chiari o una storia di scottature infantili, cioè chi parte già con un rischio più alto, è anche chi si protegge con più costanza; e chi ha già ricevuto una diagnosi di tumore cutaneo tende, comprensibilmente, a intensificare l'uso della protezione dopo la diagnosi, gonfiando artificialmente l'associazione tra crema e malattia nei dati raccolti in modo trasversale.

Questo fenomeno ha perfino un nome in letteratura, il "sunscreen paradox", descritto in modo indipendente anche da un altro studio del 2023 pubblicato sulla rivista Cancers da un gruppo di ricerca canadese, che lo definisce come la falsa sensazione di sicurezza che porta chi usa la protezione solare a esporsi più a lungo e a riapplicarla meno spesso del necessario.

Quindi i filtri solari non c'entrano nulla, stiamo parlando di un bias comportamentale che gli epidemiologi conoscono bene e che, in uno studio disegnato per altri scopi, emerge chiaramente se si isola una singola variabile senza tenere conto del contesto in cui è stata raccolta. Gli stessi autori dello studio UK Biobank, non a caso, individuano come veri fattori di rischio le scottature solari nell'infanzia e l'uso di lampade abbronzanti, non l'uso della protezione solare.

Diverse testate che si occupano di fact-checking hanno riletto il paper originale proprio per questo motivo. La conclusione, condivisa da più fonti indipendenti, è che lo studio non contenga alcun dato che dimostri un nesso causale tra uso di crema solare e sviluppo di tumori cutanei. La correlazione osservata riflette chi tende a usare la crema, non un effetto della crema stessa.

La reazione dei dermatologi italiani

La risposta della comunità scientifica non si è fatta attendere. La SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, ha diffuso una nota molto dura riportatata da Quotidiano Sanità, parlando apertamente di "mistificazione" e di "follia", e definendo il messaggio del video potenzialmente pericoloso per la salute pubblica.

Il direttivo della società ha ribadito che l'eccessiva e scorretta esposizione solare resta il principale fattore di rischio per il tumore della pelle, e ha invitato a una particolare prudenza proprio nel periodo estivo, quando le vacanze portano milioni di persone a esporsi per ore senza un'adeguata protezione.

Il punto sollevato dai dermatologi non riguarda solo l'interpretazione statistica, ma anche la solidità della base scientifica su cui poggia da decenni la raccomandazione di proteggersi dal sole. Si tratta di una mole di letteratura accumulata in oltre quarant'anni di ricerca dermatologica ed epidemiologica.

Cosa dice la scienza consolidata sul rapporto tra sole e melanoma

Rapporto tra sole e melanoma
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Le radiazioni ultraviolette, sia di origine solare sia prodotte dalle lampade abbronzanti, sono classificate dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, l'organismo dell'OMS che valuta la cancerogenicità delle sostanze) nel Gruppo 1, quello degli agenti per cui esistono prove sufficienti di cancerogenicità per l'uomo. La classificazione risale al 2009 ed è stata confermata nelle monografie successive; gli UV condividono quel gruppo con il fumo di tabacco, l'amianto e l'alcol.

In Italia, secondo il rapporto "I numeri del cancro in Italia 2025", curato da AIOM e AIRTUM, nel 2024 sono stati diagnosticati circa 12.900 nuovi casi di melanoma cutaneo, con una lieve prevalenza maschile (poco più di 7.000 casi negli uomini contro quasi 5.900 nelle donne). Il numero è più che raddoppiato in vent'anni: nel 2004 le diagnosi si attestavano intorno ai 6.000.

Il melanoma resta meno frequente di altri tumori della pelle, ma è quello con il potenziale più aggressivo se individuato tardivamente, tanto da essere già oggi il terzo tumore più diagnosticato in Italia nella fascia under 50; è anche per questo che la diagnosi precoce, tramite l'autoesame e i controlli dermatologici periodici, viene considerata dagli specialisti importante quanto la prevenzione primaria.

Il Ministero della Salute raccomanda da anni di evitare l'esposizione diretta al sole nelle ore centrali della giornata, indicativamente tra le 11 e le 16, di indossare cappelli, occhiali da sole e abiti leggeri che coprano la pelle, e di utilizzare una protezione solare ad alto fattore, da riapplicare con regolarità, soprattutto dopo il bagno o la sudorazione. Anche la American Academy of Dermatology afferma che una protezione solare adeguata e costante riduce in modo significativo il rischio di melanoma e di altri tumori cutanei: l'esatto opposto di quanto sostenuto nel video circolato in queste ore.

Il dibattito vero, quello sui filtri chimici

Per essere precisi fino in fondo, un tema di ricerca legittimo esiste, ed è giusto distinguerlo dalla tesi di Rasio invece di liquidarlo insieme al resto. Alcuni studi commissionati dalla FDA statunitense, pubblicati su JAMA tra il 2019 e il 2020 dal gruppo di Matta e colleghi, hanno mostrato che alcuni filtri UV chimici, come l'ossibenzone e l'avobenzone, vengono assorbiti nel sangue in quantità superiori alla soglia che l'agenzia considera sufficiente per richiedere ulteriori studi di sicurezza.

Questo non equivale a una prova di tossicità; infatti, la stessa FDA non ha mai ritirato l'approvazione di questi ingredienti e continua a raccomandarne l'uso in attesa di dati più approfonditi, distinguendo peraltro tra filtri chimici e filtri fisici a base di ossido di zinco o biossido di titanio, che restano sulla superficie della pelle senza essere assorbiti in modo sistemico.

Quello che mi porto a casa da questa storia

Ripensando al mio neo, e ai due mesi passati ad aspettare quel referto senza poter fare altro che attendere, capisco bene perché contenuti come questo reel abbiano un potenziale di danno che va oltre la semplice disinformazione scientifica. Chi ha già un rapporto ansioso con la propria pelle, o chi semplicemente non ha gli strumenti per verificare una fonte citata con sicurezza da un medico, rischia di leggere quel video come un'autorizzazione a smettere di proteggersi proprio nella stagione in cui il rischio è più alto. La credibilità professionale di chi parla pesa, e pesa di più quando il messaggio va nella direzione opposta a quanto raccomandato da decenni di ricerca.

La regola pratica che i dermatologi consigliano per l'autoesame resta quella dell'ABCDE:

  • asimmetria del neo,

  • bordi irregolari,

  • colore non uniforme,

  • diametro superiore ai sei millimetri,

  • evoluzione nel tempo.

Nel mio caso non è stato l'autoesame a intercettare la lesione, ma una mappatura dei nei di controllo, ed è un altro motivo per cui i controlli dermatologici periodici contano quanto saper riconoscere i segnali da soli. La crema solare, nel frattempo, resta uno degli strumenti di prevenzione più economici e accessibili che abbiamo a disposizione, ed è bene applicarla in quantità adeguata: gli specialisti indicano circa due milligrammi per centimetro quadrato di pelle, una dose che nella pratica quasi nessuno rispetta davvero, riapplicandola ogni due ore quando si sta all'aperto.

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