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Perché l'acqua ossigenata fa la schiuma bianca sulle ferite (e non sulla pelle sana)
Perché l'acqua ossigenata fa la schiuma bianca sulle ferite (e non sulla pelle sana)
Quella schiumetta bianca non è il prodotto che "lavora" contro i germi, come si crede spesso.
Quella schiumetta bianca che sale appena versi l'acqua ossigenata su un taglio non è il prodotto che "lavora" contro i germi, come si crede spesso. È una reazione chimica precisa, e ha un nome: catalasi.
L'acqua ossigenata è perossido di idrogeno, H2O2, una molecola instabile che tende a scomporsi da sola in acqua e ossigeno. Il processo però è lento, quasi impercettibile. Nel sangue e nei tessuti danneggiati, invece, è presente la catalasi, un enzima che accelera enormemente questa decomposizione. Il risultato è una liberazione rapida di ossigeno gassoso, che intrappolato nel liquido forma le bollicine che vediamo come schiuma, accompagnate dal caratteristico rumore di frizzìo.
Ecco perché sulla pelle intatta non succede quasi nulla in quanto le cellule della cute superficiale sono integre, quindi la catalasi resta chiusa al loro interno e non entra in contatto con il perossido. Basta un piccolo taglio perché le cellule rotte rilascino l'enzima proprio nel punto dove versi il liquido, e la reazione parte lì, in modo mirato. Più la ferita è estesa, più cellule si rompono, più catalasi entra in gioco: è per questo che un graffio superficiale fa poca schiuma mentre un taglio profondo ne produce parecchia.
La catalasi è uno degli enzimi più diffusi in natura, presente in quasi tutti gli organismi che respirano ossigeno, batteri anaerobi esclusi. Il suo compito naturale è proteggere le cellule dai perossidi che si formano come sottoprodotto del metabolismo, molecole che se si accumulano danneggiano le membrane cellulari. Versare acqua ossigenata su una ferita significa, in un certo senso, mettere questo enzima a lavorare a un ritmo molto più alto di quello per cui si è evoluto.
Una scoperta di inizio Ottocento
Il perossido di idrogeno fu isolato per la prima volta nel 1818 dal chimico francese Louis Jacques Thénard, facendo reagire perossido di bario con acido solforico. In natura, allo stato puro, è un liquido incolore e viscoso, piuttosto instabile, motivo per cui in farmacia si trova sempre diluito in acqua, con una concentrazione tipica tra il 3% e il 6%.
Sulle confezioni questa forza viene spesso indicata in "volumi", un'unità che indica quanti litri di ossigeno gassoso può teoricamente liberare un litro di soluzione. Una da 10 volumi (3%) è quella comune da farmacia, mentre concentrazioni più alte, usate ad esempio per schiarire i capelli, sono troppo aggressive per la pelle lesa e vanno sempre diluite prima dell'uso.
Il "però" che i medici aggiungono sempre più spesso
Sul fatto che questa schiuma "disinfetti bene" la ferita, la letteratura medica più recente è meno entusiasta di quanto si pensi comunemente. L'ossigeno liberato ha un effetto ossidante che uccide alcuni batteri, ma la stessa reazione non distingue tra cellule nemiche e cellule amiche e danneggia anche i fibroblasti e i cheratinociti, le cellule sane necessarie alla ricostruzione del tessuto e alla cicatrizzazione.
Per questo diversi protocolli ospedalieri oggi preferiscono la soluzione fisiologica o semplicemente acqua corrente e sapone per la pulizia di piccole ferite, riservando il perossido a un uso occasionale e alla prima pulizia di ferite molto sporche, mai su ustioni o su tagli profondi, dove il rischio di irritare i tessuti supera il beneficio disinfettante. Resta comunque un buon indicatore visivo: se vedi la schiuma, sai con certezza che in quel punto la pelle non è più integra, anche quando il taglio è troppo piccolo per essere visto a occhio nudo.
Nota redazionale: articolo a carattere divulgativo/scientifico. Non contiene indicazioni terapeutiche o dosaggi; per il trattamento di ferite specifiche va sempre consultato un medico o un farmacista.