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Toscana virus, come si trasmette e perché i casi in Italia sono aumentati
Toscana virus, come si trasmette e perché i casi in Italia sono aumentati
L'infezione trasmessa dai pappataci non riguarda solo la Toscana. Sintomi, rischio meningite, dati ISS e misure di protezione efficaci.
La sera del 31 agosto 2026 Tommaso Paradiso ha raccontato su Instagram di essere stato punto da un pappatacio una decina di giorni prima e di aver contratto il Toscana virus, spiegando di essere in via di guarigione ma non ancora al massimo e di dover rinunciare ai due appuntamenti dal vivo previsti il 1 e il 2 settembre. Il nome dell'infezione è entrato nelle ricerche di mezza Italia nel giro di poche ore, quasi sempre accompagnato dalla stessa domanda implicita, cioè se si tratti di qualcosa di nuovo. La risposta è no. Il virus ha una data di isolamento, un vettore identificato e una letteratura clinica che parte dai primi anni Ottanta.
Quello che manca, semmai, è la percezione pubblica. West Nile e Dengue occupano da anni i bollettini estivi, mentre il Toscana virus resta una voce marginale nonostante in Italia produca ogni anno decine di ricoveri per meningite e meningoencefalite. La vicenda di un cantante costretto ad annullare due date offre l'occasione per ricostruire cosa dicono davvero i dati di sorveglianza.
Punti chiave
Il Toscana virus è stato isolato nel 1971 da pappataci raccolti in Toscana, ma oggi l'ECDC ne documenta la circolazione in undici paesi europei e in tre paesi del Nord Africa, con circa 250 milioni di persone potenzialmente esposte.
Lo studio ISS pubblicato su Eurosurveillance nel gennaio 2025 ha contato 276 casi neuroinvasivi autoctoni nel biennio 2022-2023 contro 331 nei sei anni precedenti, con incidenza media annua salita da 0,92 a 2,34 per milione di abitanti.
L'Emilia-Romagna ha concentrato il 57,6% dei casi italiani del 2022-2023, pari a 159 notifiche su 276.
Nel 2025 l'ISS ha confermato 116 casi in Italia, 115 dei quali autoctoni, con un decesso.
Nella stagione 2026 la dashboard nazionale non pubblica i numeri su Toscana virus e TBE per l'adeguamento alle norme sulla protezione dei dati personali, quindi manca un totale aggiornato.
Le larve dei flebotomi si sviluppano nel terreno e non in acqua, perciò l'eliminazione dei ristagni idrici usata contro le zanzare non incide sulla popolazione di pappataci.
Che cosa è davvero il Toscana virus
Il Toscana virus è un arbovirus a RNA del genere Phlebovirus, famiglia Phenuiviridae. Venne isolato per la prima volta nel 1971 da pappataci raccolti in Toscana, sul Monte Argentario, e da lì prende il nome. La prima documentazione della sua capacità di causare malattia nell'uomo arrivò nel 1983.
Il nome geografico ha prodotto un equivoco duraturo. Secondo la scheda tecnica del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, il virus circola in Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Malta, Croazia, Bosnia Erzegovina, Grecia, Cipro e Turchia, oltre che in Marocco, Tunisia e Algeria. La stima riportata dall'agenzia europea parla di circa 250 milioni di persone che vivono in aree dove l'esposizione è possibile. Esistono tre genotipi, indicati come lignaggi A, B e C, distribuiti su aree geografiche parzialmente sovrapposte, e nessuno di questi risulta associato a forme cliniche più gravi degli altri.
L'infezione è endemica, non emergente in senso stretto. La sieroprevalenza misurata nelle popolazioni mediterranee oscilla in modo ampio, da meno dell'1% fino al 45% a seconda dell'area e delle condizioni ecologiche locali, con un valore fino al 77% rilevato in Italia tra i lavoratori forestali. Significa che l'esposizione è comune e che la malattia conclamata rappresenta una frazione ridotta dei contatti con il virus.
Come si comportano i pappataci
I flebotomi, chiamati pappataci nel linguaggio comune, misurano tra 1,5 e 3,5 millimetri, hanno aspetto peloso, occhi neri sporgenti e ali che restano sollevate a circa 40 gradi sul corpo quando l'insetto è fermo o si sta nutrendo. Sono volatori deboli, tanto che una brezza leggera basta a ridurre la loro attività, e raramente si allontanano più di poche centinaia di metri dal sito di sviluppo. Pungono soprattutto al crepuscolo e nelle ore notturne, anche se la puntura in ambienti interni bui è documentata durante il giorno.
La differenza più rilevante rispetto alle zanzare riguarda la riproduzione. Le larve dei flebotomi sono terricole. Le femmine depongono da 30 a 70 uova per ciclo in fessure del terreno, crepe degli edifici, tane di animali e radici, in microambienti umidi ma mai in acqua stagnante. Il Piano regionale di sorveglianza e controllo delle arbovirosi dell'Emilia-Romagna insiste su questo punto, perché ha una conseguenza operativa immediata, cioè che svuotare sottovasi e tombini non produce alcun effetto su questi insetti. L'ECDC lo dice in termini più netti quando osserva che il controllo del vettore resta difficile proprio perché si tratta di un insetto a sviluppo terrestre, poco aggredibile con i trattamenti insetticidi su larga scala.
Le due specie formalmente riconosciute come vettori del Toscana virus sono Phlebotomus perniciosus e Phlebotomus perfiliewi. Altre specie del sottogenere Larroussius sono considerate probabili vettori, tra cui P. ariasi, P. neglectus e P. tobbi, e l'ampliamento dell'area di circolazione osservato negli ultimi anni rende questa ipotesi più solida. In Emilia-Romagna P. perfiliewi raggiunge densità elevate soprattutto nella fascia collinare centro-orientale, mentre P. perniciosus è più diffuso nelle aree rurali e periurbane tirreniche e meridionali.
I sintomi e il rischio neuroinvasivo
La maggior parte delle infezioni passa senza sintomi o si esaurisce in una febbre di breve durata, e questo produce una sottostima consistente dei casi reali. Il periodo di incubazione va di norma da tre a sette giorni e può arrivare a due settimane. Quando la malattia si manifesta, l'esordio è brusco, con febbre alta, cefalea, nausea, vomito, dolori muscolari, malessere generale e talvolta rash cutaneo.
Il quadro cambia nelle forme neuroinvasive, quelle che portano al ricovero. Nelle casistiche raccolte dall'ECDC la rigidità nucale compare in quasi il 90% dei pazienti e l'encefalite in circa il 40%. Sono descritti deficit focali come neuropatie dei nervi cranici, emiparesi, afasia e atassia. La letteratura riporta anche presentazioni inusuali, tra cui sindrome di Guillain-Barré, coinvolgimento testicolare, miosite, idrocefalo acuto da alterato riassorbimento liquorale e sordità come sequela. I casi mortali sono eccezionali ma documentati, in genere in pazienti anziani con encefalite.
In Francia, Italia e Tunisia il Toscana virus figura tra le tre cause più frequenti di meningite estiva dopo enterovirus e herpesvirus. È un dato che spiega perché l'infezione arrivi all'attenzione dei laboratori quasi solo attraverso il liquor, cioè attraverso i pazienti abbastanza gravi da essere ricoverati.
Come si arriva alla diagnosi
La clinica da sola non basta, perché i sintomi si sovrappongono a quelli di West Nile, enterovirus ed herpesvirus. La diagnosi diretta si fonda sulla ricerca dell'RNA virale con RT-PCR in tempo reale su liquor o sangue, tenendo conto che la finestra di rilevabilità è breve e non del tutto caratterizzata. La sierologia integra il quadro attraverso la sieroconversione o l'aumento di almeno quattro volte del titolo anticorpale su sieri appaiati.
Un dettaglio conta più di quanto sembri. Le IgM specifiche restano rilevabili nel 71% dei pazienti a sei mesi dall'esordio, e le IgG persistono nel 100% dei casi a sei mesi e nel 90% a venti mesi. Un singolo prelievo positivo per IgM indica quindi un caso probabile, non certo, perché quelle immunoglobuline potrebbero riferirsi a un'infezione della stagione precedente. Le reazioni crociate con altri flebovirus della specie Naples phlebovirus aggiungono un ulteriore margine di incertezza, che i test di neutralizzazione riducono meglio dell'immunofluorescenza o dell'ELISA.
Quanti casi si registrano in Italia
Le infezioni neuroinvasive da Toscana virus sono soggette a notifica obbligatoria in Italia dal 2016. Lo studio coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità e pubblicato su Eurosurveillance nel gennaio 2025, primo firmatario Emmanouil Alexandros Fotakis, ha analizzato tutti i casi autoctoni confermati in laboratorio del periodo 2016-2023. Nel biennio 2022-2023 le notifiche sono state 276, con un'incidenza media annua di 2,34 casi per milione di abitanti, contro 331 casi nei sei anni precedenti e un'incidenza di 0,92 per milione. Il rapporto tra le due incidenze corrisponde a un aumento di circa 2,6 volte.
La distribuzione geografica è tutt'altro che uniforme. Nel 2022-2023 le infezioni sono state acquisite in 12 regioni o province autonome su 21, e l'Emilia-Romagna da sola ha raccolto il 57,6% del totale, 159 casi su 276. Quattro tra regioni e province autonome hanno registrato infezioni locali per la prima volta rispetto al periodo precedente. I fattori di rischio identificati dagli autori sono la residenza in comuni rurali rispetto a quelli urbani, con un rapporto di incidenza di 2,89, il sesso maschile con 2,17, l'età lavorativa tra 19 e 67 anni con 5,31 e l'età superiore ai 67 anni con 5,06, in entrambi i casi rispetto agli under 18.
I numeri annuali oscillano parecchio. Il Piano regionale arbovirosi dell'Emilia-Romagna, citando dati ISS, riporta 107 casi regionali nel 2022, 62 nel 2023 e 33 nel 2024. Sul piano nazionale, gli aggiornamenti della sorveglianza pubblicati dall'ISS contano per il 2025 un totale di 116 casi confermati, di cui 115 autoctoni e uno associato a un viaggio all'estero, con un decesso. Un confronto con l'andamento dei casi umani di West Nile registrati in Italia nella stessa stagione aiuta a inquadrare l'ordine di grandezza, perché le due arbovirosi condividono la stagionalità ma non il vettore né il serbatoio.
Il buco nei dati della stagione 2026
Chi cerca oggi un totale nazionale aggiornato al 2026 non lo trova, e la ragione è amministrativa. Nella versione corrente della dashboard sulle arbovirosi l'ISS non pubblica i dati relativi ai casi di Toscana virus e di encefalite da zecche, per le revisioni richieste dall'adeguamento alla normativa vigente sulla protezione dei dati personali. La stessa limitazione riguarda la distribuzione per sesso ed età di tutte le arbovirosi sorvegliate e si estende ai report settimanali su West Nile e Usutu della stagione 2026.
L'assenza del dato non equivale all'assenza del fenomeno. Vale però la pena registrare che una malattia con un picco documentato in agosto sta attraversando la sua stagione senza un contatore pubblico, e che sul piano europeo la situazione non è migliore, dato che l'infezione da Toscana virus non rientra nell'elenco delle malattie sotto sorveglianza dell'Unione europea e non esiste una definizione di caso condivisa a livello comunitario. L'ECDC segnala apertamente che questa esclusione limita la disponibilità tempestiva di dati di incidenza.
Il ruolo del clima e l'espansione verso nord
Gli autori dello studio ISS collocano l'aumento del 2022-2023 accanto alle anomalie climatiche estreme registrate in Italia negli stessi due anni, insieme a un incremento parallelo delle malattie trasmesse da zanzare e zecche. L'osservazione più concreta riguarda la stagione, perché nel biennio l'incidenza elevata si è prolungata fino a settembre, mentre in precedenza tendeva a esaurirsi prima. Resta un'associazione temporale descritta dagli stessi ricercatori, non una relazione causale dimostrata caso per caso.
Sul fronte entomologico le evidenze sono più dirette. L'ECDC docum
enta uno spostamento della distribuzione di diverse specie di Phlebotomus verso latitudini e altitudini maggiori, associato al cambiamento climatico, e i modelli citati dall'agenzia proiettano un ulteriore ampliamento delle aree climaticamente idonee entro la fine del secolo. In Emilia-Romagna la rete di trappole allestita per West Nile ha permesso di rilevare la presenza crescente di flebotomi anche in pianura, un ambiente storicamente considerato poco adatto a questi insetti. Il tema si intreccia con quello, più generale, di come l'aumento delle temperature medie stia ridisegnando la distribuzione dei vettori in Europa.
Che cosa funziona davvero per proteggersi
Non esiste un vaccino autorizzato contro il Toscana virus e non esiste una terapia antivirale specifica. Il trattamento è sintomatico e le forme più gravi richiedono il ricovero, in alcuni casi in terapia intensiva. La prevenzione resta quindi interamente affidata alla riduzione del contatto con il vettore.
Le misure raccomandate dall'ECDC comprendono l'uso di repellenti cutanei secondo le istruzioni riportate in etichetta, indumenti che coprano gran parte del corpo, zanzariere impregnate di insetticida e il riposo in stanze schermate o climatizzate. Il Piano regionale dell'Emilia-Romagna scende nel dettaglio sui principi attivi e indica per il DEET concentrazioni in commercio comprese tra il 7 e il 33,5%, precisando che una concentrazione media del 24% offre protezione fino a cinque ore. Le ore da presidiare sono quelle serali e notturne, che coincidono con l'attività di puntura dei flebotomi.
Un avvertimento pratico riguarda le zanzariere. Le maglie standard pensate per le zanzare hanno luci troppo larghe per un insetto lungo un millimetro e mezzo, e servono reti a maglia più fitta oppure impregnate. Vale anche la pena ricordare che i pappataci volano male, per cui un ventilatore acceso in camera riduce la loro capacità di raggiungere il bersaglio, una misura banale che nessuna linea guida vieta e che segue direttamente dalla biologia dell'insetto.
Resta aperta una questione che i ricercatori non hanno ancora risolto e che riguarda l'origine stessa della circolazione. Il virus si trasmette all'interno delle popolazioni di flebotomi per via transovarica e durante l'accoppiamento, ma i tassi di infezione calano progressivamente di generazione in generazione, il che significa che il vettore da solo non basta a mantenere il virus in circolo. Nessun serbatoio vertebrato è stato identificato. I cani, sospettati per anni per via del loro ruolo nella leishmaniosi, si sono rivelati poco suscettibili all'infezione sperimentale e non sviluppano una viremia significativa. Qualcosa o qualcuno tiene in vita il Toscana virus tra una stagione e l'altra, e al momento nessuno sa cosa sia.
Domande frequenti
Che cos'è il Toscana virus e come si trasmette?
Il Toscana virus è un arbovirus del genere Phlebovirus trasmesso all'uomo dalla puntura delle femmine infette di pappatacio, in particolare Phlebotomus perniciosus e Phlebotomus perfiliewi. L'ECDC non riconosce altre vie di trasmissione. Il contagio da persona a persona non è documentato e l'uomo è considerato un ospite terminale, incapace di alimentare la circolazione del virus.
Quali sono i sintomi del Toscana virus?
La maggior parte delle infezioni resta asintomatica o si limita a una malattia febbrile breve. Quando i sintomi compaiono, dopo un'incubazione di tre-sette giorni, includono febbre alta, mal di testa, nausea, vomito, dolori muscolari e stanchezza. Nelle forme neuroinvasive si aggiungono rigidità nucale e segni di interessamento del sistema nervoso centrale.
Il Toscana virus circola solo in Toscana?
No. Il nome deriva dal primo isolamento, avvenuto nel 1971 da pappataci raccolti in Toscana, ma l'ECDC documenta la circolazione del virus in Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Malta, Croazia, Bosnia Erzegovina, Grecia, Cipro e Turchia, oltre che in Marocco, Tunisia e Algeria. In Italia i casi si concentrano in Emilia-Romagna.
Quanti casi di Toscana virus sono stati registrati in Italia nel 2025?
L'Istituto Superiore di Sanità ha registrato 116 casi confermati di infezione da Toscana virus nel 2025, di cui 115 autoctoni e uno associato a un viaggio all'estero, con un decesso. Il dato riguarda le forme neuroinvasive notificate alla sorveglianza nazionale e non comprende le infezioni lievi o asintomatiche.
Esiste un vaccino o una cura per il Toscana virus?
Non esiste alcun vaccino autorizzato e non è disponibile una terapia antivirale specifica. Il trattamento è di supporto e mira a controllare febbre, dolore e sintomi neurologici. I casi più gravi richiedono il ricovero e, in alcune situazioni, l'assistenza intensiva. La prevenzione si basa quindi sulla protezione dalle punture di pappatacio.
Come proteggersi dalle punture di pappatacio?
I pappataci pungono soprattutto al crepuscolo e di notte. Le misure raccomandate dall'ECDC comprendono repellenti cutanei usati secondo le indicazioni dell'etichetta, abbigliamento che copra la pelle, zanzariere impregnate di insetticida e permanenza in stanze schermate o climatizzate. Eliminare i ristagni d'acqua serve contro le zanzare, non contro questi insetti.