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Otto casi di tubercolosi all'Istituto di Medicina legale di Milano
Otto casi di tubercolosi all'Istituto di Medicina legale di Milano
Otto casi di tubercolosi confermati da Ats all'Istituto di Medicina legale di Milano. Sotto esame un'autopsia a rischio.
Altre sette persone positive ai test di contatto con il batterio, Ats indaga sulla fonte.
All'Istituto di Medicina legale dell'Università Statale di Milano, in via Mangiagalli, sono otto i casi di tubercolosi identificati tra medici specializzandi, medici strutturati e altro personale della struttura. Il numero arriva dall'Agenzia di Tutela della Salute della Città metropolitana di Milano, che precisa come quattro di quei casi siano emersi attraverso gli screening avviati dopo le prime positività. Tutte le persone coinvolte sono in terapia e nessuna risulta ricoverata.
La ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera aggiunge un secondo gruppo, sette persone risultate positive a due test che segnalano l'avvenuto contatto con il micobatterio senza indicare per forza una malattia in corso. L'origine del contagio non è stata identificata. Ats parla di accertamenti aperti per risalire alla fonte e per verificare l'attuazione delle misure di prevenzione, mentre l'ateneo ha avviato verifiche istruttorie dopo la segnalazione dell'Associazione liberi specializzandi, che ipotizza il mancato rispetto dei protocolli di sicurezza.
Cosa indica davvero una positività ai test
Nella sorveglianza dei contatti si usano due famiglie di test. L'intradermoreazione di Mantoux, che misura la reazione cutanea a una piccola quantità di derivato proteico purificato del batterio, e i test IGRA, eseguiti su un prelievo di sangue e basati sull'interferone gamma rilasciato dai linfociti già entrati in contatto con Mycobacterium tuberculosis. Entrambi leggono la memoria immunitaria e non la presenza attiva del batterio nei polmoni, come ricostruito nella scheda su come funzionano i test immunologici per la tubercolosi.
Una doppia positività indica quindi un'infezione tubercolare latente, condizione in cui il batterio resta nell'organismo in forma quiescente, senza sintomi e senza contagiosità. La malattia attiva è un'altra cosa e per accertarla servono la valutazione clinica, l'imaging del torace e la conferma microbiologica sull'escreato o su altro materiale biologico. La distinzione regge tutta la differenza tra i due gruppi di persone coinvolte all'Istituto, gli otto casi contati da Ats e le sette positività ai test.
Il quadro nazionale aiuta a pesare la dimensione dell'episodio. Nel 2024 in Italia sono stati notificati 3.150 casi di tubercolosi, pari a 5,3 ogni 100.000 abitanti, con un aumento dell'8,9% rispetto all'anno precedente, come riporta il Ministero della Salute nella sintesi diffusa per la giornata mondiale del 2026. La soglia dell'Organizzazione mondiale della sanità per definire un Paese a bassa endemia resta 10 casi ogni 100.000 abitanti, e l'Italia è sotto quel valore da anni.
Perché la sala settoria è un ambiente a rischio
La tubercolosi si trasmette per via aerea, attraverso particelle abbastanza piccole da restare sospese nell'aria per ore. Un esame autoptico produce aerosol in più momenti, dall'apertura del torace all'uso della sega oscillante sulle strutture ossee, fino alla sezione del parenchima polmonare. La Società italiana di medicina legale ricorda in una rassegna sul rischio infettivo in sala anatomica che il bacillo è stato isolato su superfici a 10 cm dal punto di sezione del tessuto polmonare e in vari punti della sala a 24 ore dall'autopsia.
Da qui derivano i requisiti tecnici delle sale a rischio infettivo indicati dal Ministero della Salute, che prevedono un sistema di aerazione con un minimo di 6 e un massimo di 12 ricambi d'aria all'ora, pressione negativa rispetto agli ambienti adiacenti ed espulsione dell'aria all'esterno oppure attraverso filtri HEPA quando l'aria viene ricircolata. Sul piano individuale la protezione respiratoria richiesta è il facciale filtrante di classe FFP3, insieme al doppio paio di guanti e al camice impermeabile.
Il punto contestato riguarda proprio questa catena. Nelle dodici pagine inviate alla rettrice Marina Brambilla e all'Ispettorato del lavoro, l'Associazione liberi specializzandi indica tra gli episodi da chiarire un'autopsia eseguita su un cadavere con sospetta tubercolosi alla quale hanno partecipato più specializzandi, formula 22 richieste di chiarimento e annuncia un esposto ai carabinieri. Secondo il presidente Massimo Minerva non sarebbero stati valutati in modo specifico i rischi biologici legati alle mansioni dei medici in formazione.
Per ora restano fuori dal perimetro delle conferme diversi elementi. Non è confermata la fonte del contagio, non è confermato il nesso tra quella singola autopsia e le positività successive, e l'assenza di un sistema di aspirazione degli aerosol nella sala interessata è riportata dalla stampa ma non è stata confermata dall'ateneo né da Ats. La sorveglianza sanitaria prosegue insieme al centro di riferimento di Villa Marelli del Niguarda.
Domande frequenti
Essere positivi ai test per la tubercolosi significa avere la malattia?
No. Mantoux e IGRA rilevano la risposta immunitaria a un contatto avvenuto con il batterio e non distinguono da soli tra infezione latente e malattia attiva. Nell'infezione latente il micobatterio resta quiescente, la persona non ha sintomi e non è contagiosa. Per accertare una forma attiva servono valutazione clinica, imaging toracico ed esami microbiologici.
La tubercolosi può trasmettersi durante un'autopsia?
Sì, ed è un rischio documentato in letteratura da decenni. La manipolazione dei tessuti e l'uso di strumenti come la sega oscillante generano aerosol che possono contenere bacilli ancora vitali dopo il decesso. Per questo le sale settorie destinate a casi sospetti richiedono ventilazione dedicata, pressione negativa e protezione respiratoria individuale di classe FFP3.
Quanti casi di tubercolosi si registrano ogni anno in Italia?
Nel 2024 il sistema di sorveglianza nazionale ha registrato 3.150 notifiche, pari a 5,3 casi ogni 100.000 abitanti. Il valore colloca l'Italia sotto la soglia di 10 casi per 100.000 abitanti che l'Organizzazione mondiale della sanità usa per definire un Paese a bassa endemia, con una risalita rispetto al minimo storico toccato nel 2020.