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Morbo di Parkinson, che cosa sappiamo oggi su sintomi, diagnosi e cure
Morbo di Parkinson, che cosa sappiamo oggi su sintomi, diagnosi e cure
Il morbo di Parkinson riguarda 300mila italiani. Numeri, diagnosi e terapie dopo il racconto di Dario Franceschini.
Dario Franceschini ha raccontato il 31 agosto 2026, in un'intervista a Fabrizio Roncone pubblicata dal Corriere della Sera, di convivere con la malattia di Parkinson da quasi sei anni. Il senatore del Partito Democratico ed ex ministro della Cultura ha collocato la diagnosi nel novembre del 2020, arrivata dopo che il collega di partito Graziano Delrio, medico, gli aveva fatto notare il modo in cui trascinava i piedi. Ha aggiunto che sul quadro iniziale si è innestata più di recente una forma di parkinsonismo atipico, che intacca l'equilibrio e rende faticosa la parola.
Il motivo dichiarato per cui ha deciso di parlarne riguarda gli altri malati, ai quali si rivolge con una frase secca, «non isolatevi, continuate a vivere». Attorno a quella scelta personale ruota però una questione sanitaria di dimensioni notevoli, fatta di numeri italiani precisi, di una diagnosi che dopo due secoli resta clinica e di una ricerca che negli ultimi diciotto mesi ha prodotto sia il primo trapianto di cellule nervose autorizzato al mondo sia una lunga fila di fallimenti.
Punti chiave
In Italia vivono circa 300.000 persone con malattia di Parkinson e circa 600.000 familiari coinvolti nell'assistenza, con un costo annuo complessivo stimato dall'ISS attorno agli 8 miliardi e mezzo di euro.
La cifra di 400.000 citata da Dario Franceschini include anche i parkinsonismi, sindromi con segni motori simili ma decorso e risposta ai farmaci differenti.
Il test di amplificazione dell'alfa sinucleina nel liquido cerebrospinale ha raggiunto una sensibilità dell'87,7 per cento e una specificità del 96,3 per cento su 1.123 partecipanti, ma risulta negativo nel 37 per cento dei pazienti con olfatto conservato.
Il disturbo comportamentale del sonno REM evolve verso una malattia neurodegenerativa nel 6,25 per cento dei casi ogni anno, con il 73,5 per cento dei pazienti convertiti entro dodici anni.
Il Giappone ha autorizzato il 6 marzo 2026 la prima terapia al mondo da cellule staminali pluripotenti indotte per il Parkinson, con validità condizionata a sette anni e disponibilità limitata al sistema sanitario nazionale giapponese.
L'Italia conta 21 percorsi diagnostico terapeutici assistenziali attivi per il Parkinson, di cui soltanto 8 a livello regionale, e le linee guida nazionali risalgono al 2013.
Che cosa accade nel cervello prima che qualcuno se ne accorga
La malattia di Parkinson nasce dalla morte progressiva dei neuroni che producono dopamina nella sostanza nera, una regione del mesencefalo grande quanto un chicco di riso. Dentro i neuroni superstiti si accumulano aggregati di una proteina chiamata alfa sinucleina, che formano i corpi di Lewy descritti per la prima volta agli inizi del Novecento. Il risultato è la perdita di dopamina nello striato, il circuito che regola l'avvio e la fluidità del movimento.
Quanta di questa popolazione neuronale sia già scomparsa quando compaiono tremore, rigidità e lentezza è oggetto di un disaccordo aperto. Il National Institute of Neurological Disorders and Stroke statunitense indica che, alla comparsa dei sintomi, la maggior parte dei pazienti ha perso tra il 60 e l'80 per cento delle cellule dopaminergiche della sostanza nera. Una revisione sistematica firmata da Heng e colleghi su Movement Disorders Clinical Practice nel 2023 ha però confrontato quella stima, ricavata da estrapolazioni su un numero ridotto di autopsie, con le immagini funzionali del trasportatore della dopamina raccolte su pazienti vivi, e ha trovato nel Parkinson precoce una riduzione del segnale striatale compresa tra il 35 e il 45 per cento. Gli autori attribuiscono la differenza a bias di selezione e degradazione tissutale nei campioni post mortem.
La distinzione conta perché stabilisce quanto tessuto resti da proteggere nel momento in cui una terapia potrebbe intervenire. Se il margine è più ampio di quanto si credesse, la finestra utile per un farmaco che rallenti la progressione si allarga.
Trecentomila o quattrocentomila, perché le cifre italiane divergono
Il dato di riferimento nazionale arriva dall'Istituto superiore di sanità, che il 10 aprile 2026 ha indicato circa 300.000 persone con malattia di Parkinson in Italia e circa 600.000 familiari coinvolti nell'assistenza quotidiana. Lo stesso documento definisce la patologia la seconda malattia neurodegenerativa dopo la demenza per impatto sanitario e sociale, e stima un costo annuo complessivo attorno agli 8 miliardi e mezzo di euro.
Franceschini nell'intervista parla di circa 400.000 persone. La differenza non è un errore di nessuno dei due. La cifra più alta comprende i parkinsonismi, cioè le sindromi che condividono i segni motori del Parkinson ma hanno origine, decorso e risposta ai farmaci diversi. Chi conta soltanto la malattia di Parkinson idiopatica arriva a un numero, chi somma l'intera famiglia clinica arriva all'altro, e nessuna delle due letture è scorretta finché resta esplicito che cosa si sta misurando.
Sul futuro l'ISS è netto. Entro il 2050 i casi sono attesi in raddoppio, e l'istituto precisa che l'invecchiamento della popolazione spiega solo una parte del fenomeno, perché i determinanti causali restano in larga misura ignoti e nessuna strategia di prevenzione su scala di popolazione è oggi disponibile. È una frase che raramente compare nei comunicati sanitari con questa franchezza.
La geografia disuguale dell'assistenza
Il censimento condotto dal Tavolo di lavoro nazionale promosso dalla Confederazione Parkinson Italia ha fotografato appena 21 documenti di percorso diagnostico terapeutico assistenziale attivi in tutto il Paese, di cui solo 8 a livello regionale, con più di un quarto sprovvisto di qualsiasi sistema strutturato di monitoraggio. Le linee guida nazionali su diagnosi e trattamento risalgono al 2013, e il presidente dell'ISS Rocco Bellantone ha dichiarato che l'aggiornamento è in lavorazione proprio per ridurre le differenze territoriali nei tempi di diagnosi e nelle condotte terapeutiche.
La malattia è entrata nel Piano nazionale della cronicità approvato in Conferenza Unificata il 23 ottobre 2025, e Nicola Vanacore, direttore del reparto Promozione e valutazione delle politiche di prevenzione delle malattie croniche dell'ISS, ha collegato quel passaggio al finanziamento inserito nell'ultima Legge di Bilancio. È in preparazione anche la più ampia indagine nazionale mai condotta in Italia sui bisogni clinici e assistenziali dei pazienti e dei familiari, con risultati attesi entro la fine del 2026.
Su questo punto il senatore ha usato parole dure, definendo profondamente ingiusto che l'accesso alle cure dipenda dalla regione di residenza. La sua osservazione trova un riscontro documentale piuttosto diretto in quei 21 percorsi assistenziali censiti su venti regioni e due province autonome.
Parkinson e parkinsonismi, una distinzione che cambia la prognosi
Quando Franceschini dice che sul suo Parkinson si è innestata una forma di parkinsonismo atipico, sta descrivendo una situazione clinicamente rilevante. Sotto l'etichetta di parkinsonismo atipico rientrano condizioni come la paralisi sopranucleare progressiva, l'atrofia multisistemica e la degenerazione corticobasale, caratterizzate da esordio più rapido, cadute precoci, disturbi dell'equilibrio e della parola, e da una risposta alla levodopa scarsa o di breve durata.
La diagnosi differenziale resta uno dei punti più fragili della neurologia dei disturbi del movimento. I criteri clinici della Movement Disorder Society del 2015 restano lo strumento principale, integrati dalla risonanza magnetica e dalla scintigrafia con tracciante per il trasportatore della dopamina, che documenta la perdita presinaptica ma non distingue il Parkinson dalle sindromi atipiche. Il risultato è che una quota di diagnosi viene rivista negli anni successivi, man mano che il quadro si chiarisce.
I biomarcatori si avvicinano, la diagnosi resta clinica
Il cambiamento più profondo degli ultimi anni arriva da un test che amplifica in provetta le forme mal ripiegate di alfa sinucleina presenti nel liquido cerebrospinale, il cosiddetto seed amplification assay. Lo studio più esteso, firmato da Andrew Siderowf e colleghi sulla coorte Parkinson's Progression Markers Initiative e pubblicato su Lancet Neurology nel 2023, ha analizzato campioni di 1.123 partecipanti e ha riportato una sensibilità dell'87,7 per cento e una specificità del 96,3 per cento nel distinguere i pazienti dai controlli.
Gli stessi dati contengono però il loro limite, e sono gli autori a segnalarlo. Il test risulta negativo nel 12 per cento delle persone con diagnosi clinica di Parkinson, e la quota sale drasticamente in due sottogruppi, il 37 per cento tra chi conserva un olfatto normale e circa un terzo tra i portatori di mutazione LRRK2. Un risultato negativo, in altre parole, non esclude la malattia, e la corrispondenza pubblicata sulla stessa rivista ha insistito sul fatto che quella frazione non è trascurabile.
Il 25 agosto 2026 il Critical Path Institute ha pubblicato sul Journal of Parkinson's Disease il documento di consenso che ricostruisce il percorso regolatorio del test, culminato in una lettera di supporto della Food and Drug Administration statunitense che ne incoraggia l'uso come biomarcatore di suscettibilità e rischio negli studi clinici. La lettera di supporto non equivale a una qualificazione formale né autorizza un uso diagnostico di routine, e vale per la selezione dei partecipanti alle sperimentazioni.
Il sonno che precede la diagnosi di anni
Esiste un segnale che anticipa la comparsa dei sintomi motori con largo margine. Si chiama disturbo comportamentale del sonno REM e consiste nel mettere in atto fisicamente i propri sogni, perché viene meno la paralisi muscolare che normalmente accompagna quella fase. Lo studio multicentrico coordinato da Ronald Postuma e pubblicato su Brain nel 2019, che ha riunito 1.280 pazienti seguiti da 24 centri del gruppo internazionale dedicato al disturbo, ha calcolato un tasso di conversione verso una malattia neurodegenerativa conclamata del 6,25 per cento all'anno, con il 73,5 per cento dei pazienti convertiti entro dodici anni di osservazione.
Insieme al disturbo del sonno compaiono spesso, con anni di anticipo, la riduzione dell'olfatto e la stitichezza cronica. Sono segni aspecifici presi singolarmente, e per questo raramente portano qualcuno dal neurologo. Combinati con un test sull'alfa sinucleina, però, delineano una popolazione a rischio abbastanza definita da rendere pensabile una sperimentazione preventiva, cosa che fino a pochi anni fa non lo era.
Quello che la terapia sa fare adesso
La levodopa, entrata nella pratica clinica alla fine degli anni Sessanta, resta il farmaco di riferimento. Restituisce al cervello il precursore della dopamina e agisce sui sintomi motori con un'efficacia che nessun'altra molecola ha eguagliato. Il problema arriva con gli anni, quando la finestra di risposta si accorcia e compaiono le fluttuazioni motorie, i periodi di blocco tra una dose e l'altra e i movimenti involontari indotti dal farmaco stesso.
Per i pazienti in fase avanzata la stimolazione cerebrale profonda è disponibile da decenni, con elettrodi impiantati di norma nel nucleo subtalamico. La novità riguarda il modo in cui la corrente viene erogata. Il 24 febbraio 2025 Medtronic ha annunciato l'approvazione della Food and Drug Administration per il primo sistema di stimolazione adattativa, che legge in tempo reale i potenziali di campo locale del paziente e modula l'impulso invece di mantenerlo costante. Lo studio ADAPT-PD, che ha confrontato le modalità adattative con la stimolazione continua, è stato pubblicato su JAMA Neurology, e il marchio CE per l'Unione europea era arrivato poche settimane prima dell'autorizzazione statunitense.
Accanto alla farmacologia e alla chirurgia resta la riabilitazione, che nel Parkinson non è un complemento accessorio. Fisioterapia, logopedia ed esercizio strutturato agiscono su equilibrio, cammino e voce, cioè esattamente sui domini che Franceschini descrive come i più compromessi nel suo caso. Le linee di indirizzo nazionali presentate in Senato il 29 novembre 2025 collocano proprio l'integrazione della riabilitazione nei percorsi di cura tra i nodi ancora irrisolti.
Le terapie che provano a cambiare il decorso
Il 6 marzo 2026 il ministero della Salute giapponese ha concesso l'autorizzazione condizionata e a termine ad Amchepry, il prodotto a base di precursori neuronali dopaminergici derivati da cellule staminali pluripotenti indotte sviluppato da Sumitomo Pharma con RACTHERA. È la prima medicina rigenerativa da iPS approvata al mondo, indicata per pazienti con risposta inadeguata alle terapie farmacologiche esistenti. L'autorizzazione poggia sui risultati dello studio avviato dall'ospedale universitario di Kyoto e pubblicati su Nature nel 2025, vale per sette anni e obbliga l'azienda a studi post marketing prima di un'eventuale conversione in approvazione piena. Il prodotto è accessibile soltanto all'interno del sistema sanitario giapponese.
Sul fronte occidentale il candidato più avanzato è bemdaneprocel di BlueRock Therapeutics, controllata di Bayer, che utilizza neuroni dopaminergici derivati da staminali embrionali impiantati nel putamen. Lo studio di Fase I su 12 pazienti ha mostrato tollerabilità e un beneficio motorio mantenuto fino a tre anni, presentato al congresso dell'American Academy of Neurology nell'aprile 2026, e la Fase III exPDite-2 ha trattato il primo paziente nel settembre 2025 con un arruolamento previsto attorno a 102 partecipanti tra Stati Uniti, Canada e Australia.
Gli anticorpi diretti contro l'alfa sinucleina hanno finora prodotto risultati ambigui. Lo studio PADOVA di Roche e Prothena, condotto su 586 persone con Parkinson in fase precoce e pubblicato sul Lancet nel 2026, ha mancato l'endpoint primario. Il tempo mediano alla progressione motoria confermata è risultato di 61,1 settimane con prasinezumab contro 49,7 settimane con placebo, con un hazard ratio di 0,84 e un valore p di 0,066, appena sopra la soglia di significatività. Roche ha comunque avviato nel novembre 2025 uno studio di Fase III su circa 900 partecipanti.
Il conto dei fallimenti resta più lungo di quello dei successi. Nel maggio 2026 lo studio di Fase IIb LUMA sull'inibitore di LRRK2 BIIB122, sviluppato da Biogen e Denali, non ha rallentato la progressione ed è stato interrotto per il Parkinson idiopatico. Nel 2025 la Fase III sull'exenatide, l'agonista GLP-1 che aveva acceso aspettative notevoli dopo i dati preliminari, non ha mostrato efficacia significativa. A oggi nessuna terapia capace di modificare il decorso della malattia è autorizzata in Europa o negli Stati Uniti.
Duecento anni di osservazione clinica
Quando James Parkinson pubblicò nel 1817 le sessantasei pagine di An Essay on the Shaking Palsy, descrisse sei casi. Solo tre erano suoi pazienti. Gli altri furono ricostruiti guardando le persone camminare per le strade di Londra, due incontrate per caso e una osservata a distanza, un metodo che il neurologo Andrew Lees ha battezzato street watch. Charcot avrebbe legato il nome di Parkinson alla malattia sessant'anni dopo. Che una diagnosi formulata oggi in un ambulatorio italiano si fondi ancora, in ultima istanza, sullo stesso gesto di guardare qualcuno mentre si alza da una sedia e attraversa una stanza dice quanto il test sull'alfa sinucleina possa cambiare le cose, e quanto tempo ci sia voluto per arrivarci.
Domande frequenti
Quali sono i primi sintomi del morbo di Parkinson?
I segni motori iniziali comprendono tremore a riposo di una mano, rigidità muscolare, lentezza dei movimenti e riduzione dell'oscillazione di un braccio durante il cammino. Spesso li precedono di anni sintomi non motori come riduzione dell'olfatto, stitichezza cronica e il disturbo comportamentale del sonno REM, in cui la persona agisce fisicamente i propri sogni.
Il morbo di Parkinson è ereditario?
Nella maggior parte dei casi la malattia è sporadica e non si trasmette direttamente. Esistono varianti genetiche che aumentano il rischio, tra cui quelle dei geni LRRK2 e GBA, quest'ultima presente in una quota rilevante delle forme sporadiche. Avere un familiare affetto aumenta il rischio individuale senza renderlo una certezza.
Quante persone hanno il Parkinson in Italia?
L'Istituto superiore di sanità stima circa 300.000 persone con malattia di Parkinson, alle quali si affiancano circa 600.000 familiari coinvolti nell'assistenza. Includendo anche i parkinsonismi, sindromi con manifestazioni motorie affini ma cause diverse, la cifra sale attorno alle 400.000 persone. I casi sono attesi in raddoppio entro il 2050.
Esiste una cura definitiva per il morbo di Parkinson?
Nessuna terapia autorizzata arresta o inverte la degenerazione neuronale. La levodopa e gli altri farmaci dopaminergici controllano efficacemente i sintomi motori per anni, la stimolazione cerebrale profonda aiuta nelle fasi avanzate e la riabilitazione agisce su equilibrio, cammino e voce. Diverse sperimentazioni su staminali e anticorpi sono in corso.
Che differenza c'è tra malattia di Parkinson e parkinsonismo atipico?
La malattia di Parkinson idiopatica progredisce lentamente e risponde bene alla levodopa. I parkinsonismi atipici, come la paralisi sopranucleare progressiva e l'atrofia multisistemica, mostrano esordio più rapido, cadute precoci, disturbi dell'equilibrio e della parola, e una risposta ai farmaci dopaminergici scarsa o di breve durata. La diagnosi differenziale richiede tempo.
Come si diagnostica oggi il morbo di Parkinson?
La diagnosi resta clinica e si basa sui criteri della Movement Disorder Society del 2015, integrati da risonanza magnetica e scintigrafia con tracciante per il trasportatore della dopamina. Il test di amplificazione dell'alfa sinucleina nel liquido cerebrospinale è finora impiegato nella ricerca e nella selezione dei partecipanti agli studi clinici.