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La Rivoluzione dei biomateriali endovenosi: ecco come ripareremo il cuore dall’interno

La Rivoluzione dei biomateriali endovenosi: ecco come ripareremo il cuore dall’interno

La medicina del futuro viaggia in vena: riparare il cuore dall’interno non è mai stato così rapido grazie all’idrogel endovenoso che viaggia nel sangue e sigilla i tessuti

Cos’è un infarto?

Rappresentazione clinica dell’angina pectoris con focus sulla placca aterosclerotica nell’arteria coronaria. (Fonte: BruceBlaus via Wikimedia Commons / CC BY 3.0)

Il cuore è un motore instancabile, potrà sembrare una banalità, ma ha bisogno di carburante per funzionare: l’ossigeno, trasportato da una rete aggrovigliata di canali che sono identificati come le arterie coronarie. Basta immaginare queste arterie come un impianto di irrigazione di un prato. Un infarto miocardico si verifica quando uno di questi tubi si ostruisce improvvisamente, di solito a causa di un coagulo di sangue.

Da quel preciso istante, l’acqua (sangue) smette di scorrere. Una porzione più o meno grande di tessuto cardiaco rimane completamente senza nutrimento (in gergo medico, va in ischemia). Se l’ostruzione non viene subito ripristinata, l’erba del nostro prato comincia ad ingiallire e, quindi, nel giro di pochissime ore, le cellule cardiache, i cardiomiociti, muoiono in modo irreversibile.

Coronarografia che mostra l’albero vascolare e l’anatomia delle arterie coronarie. (Fonte: BruceBlaus via Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0)

L’approccio tradizionale

La medicina d’urgenza ha un dogma assoluto quando si parla di attacco cardiaco: ogni minuto che passa determina quante cellule perderemo per sempre. Fino ad oggi, la strategia si è concentrata quasi esclusivamente sul riaprire il tubo bloccato nel minor tempo possibile. I medici affrontano l’infarto principalmente attraverso due strade:

  • L’angioplastica coronarica: si introduce un catetere nei vasi sanguigni fino a raggiungere l’ostruzione. Lì viene gonfiato un palloncino microscopico per schiacciare il coagulo e liberare il passaggio.
  • Lo stent: nella zona appena liberata viene rilasciata una piccola rete metallica che fa da impalcatura al lume del vaso, mantenendo l’arteria aperta stabilmente nel tempo.

A questo si associa una potente terapia farmacologica a base di anticoagulanti e antiaggreganti per fluidificare il sangue ed evitare che si formino nuovi coaguli.

Il nemico numero uno: la cicatrice invisibile

Questo approccio salva milioni di vite ogni anno ed è un traguardo straordinario della medicina. Tuttavia, nasconde un enorme limite terapeutico: riaprire le coronarie ostruite ferma il danno, ma non ripara ciò che è già andato distrutto.

Il tessuto cardiaco adulto non ha quasi nessuna capacità di rigenerarsi. Quando i cardiomiociti muoiono, il corpo non è in grado di sostituirli con nuove cellule. Al loro posto, il sistema immunitario avvia un processo di riparazione, creando una cicatrice fibrosa fatta di collagene rigido. Questa cicatrice è inerte: non si contrae e non conduce l’elettricità del cuore. Con il passare degli anni, il resto del muscolo cardiaco deve faticare il doppio per compensare quella zona morta, andando incontro ad uno sfiancamento progressivo che prende il nome di scompenso cardiaco cronico.

È proprio in questo vicolo cieco della medicina tradizionale che si inserisce l’ingegneria dei biomateriali: le cellule non possono rinascere da sole, però si può creare un materiale che istruisca il corpo a riparare i danni dall’interno.

La soluzione rivoluzionaria

Fino ad oggi, i bioingegneri hanno sempre avuto come obiettivo quello di riparare il cuore, però si sono scontrati con un problema logistico enorme: come si può inserire il materiale giusto per riparare il tessuto? Creare un idrogel eccezionale in laboratorio è inutile se per applicarlo sul miocardio serve un intervento a cuore aperto o un’iniezione diretta nel muscolo cardiaco. Queste procedure, oltre ad essere rischiose, aggiungono ulteriori criticità ad un tessuto già agonizzante.

La rivoluzione arriva dai laboratori della University of California San Diego, dove il gruppo di ricerca guidato da Karen Christman si è chiesto: “E se invece di agire direttamente sul cuore, lasciassimo che sia il sangue a portare il materiale, usando il flusso circolatorio?”

I ricercatori hanno sviluppato un idrogel che non ha bisogno di interventi invasivi: si somministra con una semplice flebo endovenosa e sfrutta il flusso circolatorio per trovare la ferita da solo.

Ma cos’è esattamente questo materiale e come si trasforma un tessuto solido in un liquido capace di viaggiare nelle vene?

Il punto di partenza è la matrice extracellulare (ECM) miocardica, ovvero l’impalcatura naturale che sostiene i cardiomiociti. Per ottenerlo, i ricercatori hanno seguito un processo diviso in tre step ingegneristici:

  • La decellularizzazione: il tessuto cardiaco (di origine suina, molto simile a quello umano) viene lavato con detergenti specifici per rimuovere tutte le cellule vive. In questo modo si eliminano il DNA e le componenti cellulari e si azzera il rischio di rigetto immunitario. Rimane solo un mix di collagene, glicosaminoglicani e fattori di crescita.
  • La liofilizzazione e digestione: questo scheletro proteico viene congelato ed essiccato fino a ridurlo in polvere. Successivamente, la polvere viene digerita enzimaticamente con la pepsina. Il risultato è un idrogel liquido, cioè una soluzione acquosa di proteine pronte a riorganizzarsi.
  • La frantumazione: per poter viaggiare nel sangue senza tappare i capillari sani (evitando emboli), l’idrogel liquido viene sottoposto ad onde sonore ad alta frequenza (20 kHz) e filtrato fino a frantumare i cluster proteici in nanoparticelle.

Dal punto di vista ingegneristico, questo idrogel ha tre caratteristiche specifiche:

  • Comportamento pseudoplastico (shear-thinning): quando subisce una pressione, la sua viscosità crolla istantaneamente. Di conseguenza diventa fluido come l’acqua per viaggiare senza sforzo, però riesce a ritornare denso non appena si ferma.
  • Comportamento termoresponsivo: il materiale è progettato per rispondere alla temperatura. Finché si trova nella sacca della flebo a temperatura ambiente (circa 20 °C), le sue proteine restano separate e liquide. Quando entra nel corpo umano a 37 °C e incontra il pH neutro del sangue, scatta la transizione: le nanofibre di collagene iniziano ad auto-assemblarsi spontaneamente, intrecciandosi tra loro in una fitta rete solida.
  • Modulo elastico su misura: una volta solidificato all’interno della cicatrice fibrosa cardiaca, l’idrogel non è rigido come una plastica, ma imita l’elasticità del muscolo cardiaco sano. Questo permette al cuore di continuare a battere e contrarsi senza avvertire la presenza di un corpo estraneo duro, assecondando i movimenti meccanici dell’organo.

Il viaggio dell’idrogel in sole 4 fasi

Rendering iper-realistico dell’interno del lume vascolare durante il flusso sanguigno. (Fonte: National Cancer Institute via Wikimedia Commons / Pubblico Dominio)

Ma come fa un liquido iniettato nel braccio a capire che deve fermarsi proprio nel cuore e solo nella zona colpita dall’infarto? Non ci sono sensori elettronici, ma una serie di segnali biochimici di una precisione disarmante.

Fase 1: l’involucro del vaso si distrugge

In condizioni normali, i vasi sanguigni sono come dei tubi rivestiti da un involucro perfetto e liscio: le cellule endoteliali, strettamente unite tra loro da giunzioni millimetriche. Quando un tessuto subisce un forte danno (come un infarto o un trauma), le cellule rilasciano molecole di segnalazione infiammatoria, tra cui l’istamina e il fattore VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor). Queste molecole aggrediscono l’endotelio (il rivestimento cellulare interno dei vasi sanguigni), costringendo le cellule endoteliali a ritrarsi. I “punti di sutura” molecolari che le tengono unite — chiamati giunzioni serrate (tight junctions) — si sgretolano. Il vaso diventa improvvisamente “fallato”, esponendo la membrana basale sottostante che normalmente è nascosta.

Fase 2: le crepe dell’endotelio colmate dal gel

Quando il gel viene iniettato, viaggia nel sangue. Nei vasi sani l’involucro endoteliale è integro e il materiale scorre via senza fermarsi. Ma quando arriva nella zona dell’infarto, le crepe nell’endotelio sono enormi rispetto alle dimensioni delle nanoparticelle. Il gel viene risucchiato e intrappolato dentro queste fessure.

Fase 3: l’ancoraggio delle molecole

La membrana basale dei vasi danneggiati contiene gli stessi identici componenti e recettori liberi (come le integrine) dell’idrogel ottenuto dalla matrice decellularizzata. Si innesca un’affinità chimica immediata: le proteine dell’idrogel riconoscono i siti di legame della matrice danneggiata, agganciandosi ad essi tramite legami elettrostatici e interazioni proteina-proteina.

Fase 4: la gelificazione in situ

L’idrogel rimane liquido e fluido quando si trova nella flebo o viaggia nel torrente circolatorio, ma non appena le nanoparticelle si accumulano e si fermano all’interno delle fessure endoteliali, la temperatura corporea a 37 °C e il pH del corpo umano innescano una transizione di fase: i legami chimici dinamici dell’idrogel si riattivano, i filamenti proteici si intrecciano e il liquido si trasforma in un gel solido e flessibile.

Il risultato? Sigillando le crepe dei vasi dall’interno, l’idrogel crea una solida barriera per i globuli bianchi aggressivi, impedendo loro di riversarsi nel cuore e scatenare quell’infiammazione cronica che porta alla cicatrice rigida. Il vaso è riparato, l’infiammazione è spenta e il cuore può guarire senza perdere la sua naturale elasticità.

Dai laboratori alla clinica

Le promettenti premesse biochimiche di questo studio non sono rimaste sulla carta. Prima di poter ipotizzare un utilizzo sui pazienti, il gruppo di ricerca della UC San Diego ha dovuto validare la sicurezza dell’idrogel su modelli animali, in particolare sui maiali, il cui sistema cardiovascolare è molto simile a quello umano per dimensioni e anatomia.

I risultati pubblicati su Nature Biomedical Engineering sono molto rassicuranti:

  • Il muscolo cardiaco viene preservato: nei modelli trattati con l’idrogel il cuore ha mantenuto la sua forma originaria senza “allargarsi” e cedere sotto lo sforzo.
  • Capacità di pompaggio: le ecocardiografie hanno registrato un miglioramento degli indici che valutano la capacità cinetica ed elastica delle pareti cardiache (wall-motion scores). Il cuore trattato ha continuato a pompare in modo efficiente.
  • Sicurezza totale: essendo un materiale iniettato direttamente nel sangue, il timore principale dei ricercatori era il rischio di emboli, ma i test biologici hanno confermato la totale emocompatibilità del gel, che scorre nei vasi sani senza creare aggregati o ostruzioni.

La domanda che ogni lettore si pone davanti a scoperte del genere è sempre la stessa: “Sì, ma quando arriverà in clinica?”. La risposta è: molto presto.

Il passaggio dalla ricerca di laboratorio all’ospedale è ad un punto avanzato. La startup biomedica nata per commercializzare questa tecnologia, la Ventrix Bio, è attualmente in forte sinergia con la FDA (Food and Drug Administration) per ottenere l’autorizzazione definitiva ed avviare i trial clinici ufficiali sull’uomo per questa formulazione endovenosa.

Il team della Christman, in passato, ha già formulato una versione di questo idrogel — che richiedeva un’iniezione diretta nel miocardio durante un intervento chirurgico — e superato con successo i trial clinici di Fase I sull’uomo, dimostrandosi sicura per i pazienti.

Verso un futuro senza cicatrici

Stiamo uscendo dall’era della medicina sostitutiva — fatta di bypass, pacemaker e trapianti — per entrare ufficialmente nell’era della medicina istruttiva e rigenerativa.

Insegnare al corpo umano a ripararsi da solo, fornendogli gli strumenti giusti nel momento del bisogno e attraverso una procedura semplice come una flebo, non è più fantascienza. Se i prossimi trial clinici confermeranno le risposte viste finora, l’infarto smetterà di essere la via che porta solo allo scompenso cardiaco.

Il futuro della cardiologia promette di guarire i cuori spezzati cancellando le loro cicatrici, restituendo ai pazienti non solo la vita, ma anche un battito perfetto.

Fonti

  • Traverse JH, Henry TD, Dib N, Patel AN, Pepine C, Schaer GL, DeQuach JA, Kinsey AM, Chamberlin P, Christman KL. First-in-Man Study of a Cardiac Extracellular Matrix Hydrogel in Early and Late Myocardial Infarction Patients.
  • Spang MT, Middleton R, Diaz M, Hunter J, Mesfin J, Banka A, Sullivan H, Wang R, Lazerson TS, Bhatia S, Corbitt J, D’Elia G, Sandoval-Gomez G, Kandell R, Vratsanos MA, Gnanasekaran K, Kato T, Igata S, Luo C, Osborn KG, Gianneschi NC, Eniola-Adefeso O, Cabrales P, Kwon EJ, Contijoch F, Reeves RR, DeMaria AN, Christman KL. Intravascularly infused extracellular matrix as a biomaterial for targeting and treating inflamed tissues. Nat Biomed Eng. 2023 Feb;7(2):94-109. doi: 10.1038/s41551-022-00964-5. Epub 2022 Dec 29. PMID: 36581694; PMCID: PMC10166066.